Distretti Biologici

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Nel 2006 il Ministero delle Politiche Agricole Italiano (MIPAAF), nell’esigenza di definire il concetto di “distretto biologico”, così come poi previsto nel testo di legge unificato “Nuove disposizioni per lo sviluppo e la competitività della produzione agricola ed agroalimentare con metodo biologico” prodotto dalla Commissione Agricoltura del Parlamento il 4 febbraio 2009, ha affidato lo studio ad un gruppo di lavoro, composto dall’Università degli Studi della Tuscia, Igeam (poi Altran) ed Ecoglobe.

Il concetto di distretto biologico rimanda all’idea di una zona territoriale a spiccata vocazione agricola e fortemente connotata da due elementi: la preponderante produzione con metodo biologico e la tutela delle produzioni e delle metodologie colturali, d’allevamento e di trasformazione tipiche del luogo.

Lo studio nasce dell’esigenza di definire territorialmente quanto ipotizzato sulla carta: quali sono i confini di un distretto biologico? Coincidono con quelli comunali o quelli rurali, quali sono le caratteristiche a cui dare importanza e quali quelle da trascurare?

Il progetto BIODISTRICT “Valorizzazione delle produzioni da agricoltura biologica: progetto pilota per lo sviluppo di distretti biologici ed ecocompatibili” si è proposto di dare risposta a tutte queste domande, arrivando alla strutturazione di un metodo per l’individuazione di un distretto biologico. L’attenzione in una prima fase è stata interamente rivolta al territorio della Regione Lazio, in seguito grazie al finanziamento di un secondo progetto – BIOREG “Individuazione e sviluppo dei distretti biologici: casi applicativi della metodologia BIODISTRICT alla realtà italiana”- sono state valutate le realtà di altre tre regioni italiane: Marche, Piemonte e Sicilia. In particolare, con la Regione Marche è attualmente in corso un ulteriore progetto che ha l’obiettivo di “sostenere” due territori specifici nell’iter che potrebbe portarli al riconoscimento di distretti biologici.

L’esperienza quasi decennale del Noise rispetto all’istituzione dei distretti biologici ha permesso di affinare, sulla base del contesto territoriale, la metodologia di individuazione dei distretti, che si basa, da un lato, sulla valutazione quantitativa di variabili socio-economiche e di indicatori di “biologicità” e, dall’altro, su una valutazione qualitativa rispetto a caratteristiche strutturali e finalità. Di fondamentale e primaria importanza è però la partecipazione attiva del territorio, che deve essere verificata attraverso un processo di consultazione degli stakeholder, che deve essere avviato a valle dell’individuazione dei potenziali distretti biologici da parte dell’amministrazione regionale e può essere condotto secondo differenti modalità.

Anche se le modalità adottate sono state differenziate, in tutte le regioni il processo ha previsto tre momenti chiave: la scelta degli interlocutori chiave, la presentazione della ricerca e dei suoi risultati, il confronto con gli stakeholder. Ampio spazio è stato sempre dedicato al confronto con gli attori locali in modo da raccogliere le loro indicazioni rispetto ai pregi e ai difetti del modello e, soprattutto, da avere indicazioni su come avviare e condurre il processo che dovrebbe avere luogo nelle aree vocate per giungere all’istituzione e all’operatività dei distretti biologici.

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CASEHISTORY